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Perché i tagli fiscali di Trump potrebbero far aumentare i mutui in Italia

10 gennaio 2018

Cosa c'entra Trump con i mutui in Italia? Sicuramente ha a che fare con l'economia globalizzata. Il riforma fiscale tanto desiderata dal 45° presidente degli Stati Uniti - che offre essenzialmente benefici alle aziende statunitensi che rimpatriano i capitali - potrebbe spingere la Banca Centrale Europea di aumentare i tassi prima del previsto. Un aumento dei tassi avrebbe inevitabilmente un impatto anche sulle rate dei mutui a tasso variabile.

Proviamo a collegare i puntini che vanno dagli Stati Uniti (Trump) all'Europa (BCE) fino all'Italia (mutui). L'effetto più evidente di un rimpatrio di capitali dagli USA è un aumento dei flussi di capitale verso gli Stati Uniti. Questo aumento avrebbe inevitabilmente un impatto sul dollaro (che avrebbe quindi una spinta al rialzo) e sull'inflazione negli Stati Uniti. Se tutto andasse come previsto, la Federal Reserve sarebbe "costretta" - per evitare un surriscaldamento dell'economia - ad aumentare i tassi a un ritmo più rapido del previsto. Anche perché la riforma fiscale dovrebbe spingere il deficit di bilancio statunitense verso nuovi record. Un altro motivo per cui la nuovo presidente della Fed Jerome Powell potrebbe adottare una politica ancora più restrittiva.

A quel punto la BCE non poteva restare a guardare. Già oggi lo spread sul costo del denaro tra USA ed Eurozona è pari a 150 punti (mentre lo spread sui titoli di Stato USA-Tedeschi è ancora più ampio e si aggira sui 200 punti). Se la BCE dovesse rinviare ulteriormente il prossimo aumento dei tassi, la fase di decoupling - cioè la divergenza delle politiche monetarie tra le due aree - sarebbe difficile da sostenere sui mercati finanziari.

Per questa serie di ragioni - che tuttavia traggono origine dall'effetto a cascata causato dalla riforma fiscale di Trump - nell'ultimo mese le stime sulla tempistica della prossima stretta della BCE si sono accorciate di 5 mesi.

Se a dicembre si ipotizzava un aumento nei prossimi 20 mesi (quindi a fine 2019), oggi i futures sugli indici Euribor, ma anche il "Morgan Stanley First hike Eurozone", hanno ridotto i tempi a 15 mesi.

Il prossimo aumento potrebbe quindi arrivare nella primavera del 2019. Ciò significa che i mutui a tasso variabile potrebbero ricominciare a salire per la prima volta dopo dieci anni di pressione al ribasso. Attualmente si stima un aumento di 10 punti base. Certo, non molto: circa 5 euro al mese per un mutuo ventennale di 100 mila euro (il calcolo è necessariamente forfettario perché dipende molto dalla durata residua del mutuo). Fino al 2022, i futures sull'Euribor ipotizzano attualmente un aumento complessivo di 100 punti base. Un elemento in più per la valutazione di chi oggi sta scegliendo quale mutuo accendere o sostituire.

Ma potrebbe esserci anche un "effetto Trump" sui mutui a tasso fisso. Questi non sono legati all'Euribor ma all'Eurirs. Questi indici sintetizzano le aspettative sull'andamento del costo del denaro nel medio-lungo periodo. Nelle ultime settimane sono già saliti (a differenza dell'Euribor che in realtà salirà solo quando la BCE alzerà i tassi) anticipando la catena di eventi che potrebbe innescare la riforma fiscale americana in Europa.

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"

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